Martina Vatiero

Martina Vatiero

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Radici Corrotte

Libro 14 x 2.95 x 21 cm
462 pagine
ISBN 979-1221459838

Prologo

La notte rivestiva silenziosa le vie della città.

Il sole era oramai calato da ore lasciando che un’argentea luna piena galleggiasse indisturbata nel buio; sarebbe stato piacevole poterla ammirare, ma sfortunatamente, non tutte le notti sono adatte al suo barlume d’avorio. Ci sono serate in cui il buio, nero, silenzioso, risulta decisamente più pertinente alle azioni degli uomini che si muovono nell’ombra. Delle nuvole bluastre andarono comprendo la luna lentamente, facendo in modo che i suoi fasci naturali, sparissero del tutto dalla terra.

Per le strade non si odivano sussurri, né parole: tutti, riposavano. Agli angoli delle strade giacevano immobili carri e automobili, mentre nell’aria, si levava un leggero vento tiepido; muoveva le chiome degli alberi, faceva cigolare qualche porta, ma erano rumori talmente sommessi, che passavano inosservati agli orecchi di coloro immersi in un lungo sonno. Niente, disturbava quel silenzio tanto profondo.

O almeno, così pareva.

Il buio nasconde segreti, che la luce non scorge.

Per le minuscole viuzze dei quartieri più riservati, un’ombra muoveva silenziosi passi sul rozzo ciottolato. I suoi movimenti erano incerti, le sue gambe tremanti. Ciò che prima gli era parsa come la scelta migliore della sua vita, ora, risultava null’altro che un pesante fardello.

Una folata di vento lo colpì in pieno volto, e l’uomo strinse il cappotto a sé come per ripararsi. Si guardò attorno furtivo, come per verificare che nessuno, o niente, lo stesse seguendo. Non era improbabile, dopotutto: non tutti gli esseri umani, regnavano nella luce, alcuni di loro preferivano il buio, ed il fatto che egli stesse brancolando nella notte tutto solo, non escludeva che ce ne fossero altri, come lui, lì attorno.

Un sospiro carico di ansia abbandonò le sue deboli labbra.

No, come lui no. Sarebbe sbagliato affermarlo: egli non era tagliato per quel lavoro. Non aveva quell’ indistinguibile tanfo indosso di coloro, che lavorano di notte. Eppure, vi si era ritrovato, a collaborare con quella gente.

Quel fastidioso peso sul petto, tornò ad angosciarlo, più forte di prima.

Un altro soffio di vento, più intenso del precedente, mosse i suoi abiti, facendolo tremare. L’uomo si piegò su sé stesso, come per proteggere ciò che portava tra le mani. Difatti, in quest’ultime, era riposto un fagotto: un funesto, pesante, fagotto, contente la sua disgrazia. Come avrebbe desiderato liberarsi di tutto questo, non poteva più sopportare quell’ignobile senso di colpa che gli gravava sul petto ogni volta che richiamava alla mente ciò che stava facendo, ciò che aveva già fatto.

Assorto in quelli che erano i suoi angoscianti pensieri, non si accorse che era giunto al luogo dove avrebbe dovuto adempiere al suo compito.

Volse lo sguardo all’orizzonte, sentendo le sue gambe ancora tremare.

Nell’ombra, si scorgeva una figura, immobile. Era alta, e riposava la schiena elegantemente appoggiata al muro di un fatiscente edificio. Le sue mani erano nascoste nelle tasche del lungo pantalone, ma non per timore, bensì per comodità: probabilmente, stava attendendo da molto.

Il pensiero, fece trasalire l’uomo che vagava con la merce in grembo. Tutti, erano più che a conoscenza, che se qualcuno, avesse fatto innervosire quella figura, non se la sarebbe cavata, se non con una pallottola dritta sulla fronte. Pochi, conoscevano il suo volto, ma tutti, temevano il suo nome.

Finalmente giunse al romito edificio, dove una leggera nebbia, aleggiava nell’aria, sbuffi bianchi coprivano la visuale dell’uomo disperato, che tra un tremolio e l’altro, pensò che facesse abbastanza freddo, per quella stagione.

La figura si fece avanti, i suoi passi misurati; teneva il mento alto, la schiena ritta, quasi sembrava fluttuasse, su quei rozzi ciottoli.

Lasciò che uno sbuffo d’aria abbandonasse la sua rosea bocca mentre nella sua mano sinistra, riposava una sigaretta, ormai quasi finita. I suoi occhi cerulei, apparivano vuoti, sotto all’opaca luce della luna, che a tratti sembrava rendersi visibile.

Il fumo colpì in volto l’uomo, che tossì un paio di volte, cercando di dissiparlo con l’ausilio della mano.

-Sei in ritardo.

Fu l’unica cosa che la figura disse, non curandosi, del fastidio che aveva procurato all’uomo di fronte a lei. Fece nuovamente un tiro, nel tentativo di appianare il suo fastidio, dovuto all’inadempienza dell’altro.

-Mi scusi, ma tirava vento, e mi ha creato problemi.

Mormorò l’uomo con il fagotto, tremante. Le sue gambe erano oramai assopite dall’adrenalina, quasi non le percepiva più.

La figura avanzò, giungendo di fronte all’uomo. La fioca luce del lampione illuminava i suoi lineamenti aggressivi: mascella serrata, e occhi vitrei. Il suo volto era privo di espressione, ma al contempo, le sue pupille erano colme di un sinistro vuoto, che faceva rabbrividire.

-Poco importa. – Affermò soffiando di nuovo. – Hai quello che ti abbiamo chiesto?

Concluse, finalmente guardandolo dritto negli occhi.

L’uomo annuì, consegnando l’enorme fagotto all’altro, che, afferrandolo prontamente, lo coprì con la sua lunga giacca; poi, sfilando l’ormai spenta sigaretta dalla bocca, aggiunse:

-Resta in giro, in questi giorni. –Buttò la cicca a terra, schiacciandola con la scarpa. – Stiamo per concludere un grosso affare, e c’è bisogno del tuo aiuto.

In quel momento, l’uomo non seppe, da dove quella timida vena di coraggio, fosse saltata fuori, e non sapeva, se usufruirne potesse giovare alla sua situazione, ma quando si è disperati, ci si limita ad essere guidati dall’istinto, senza badare alle conseguenze. Sopravvivere, diventa l’unico obiettivo.

Serrò i pugni, accigliandosi.

-In realtà. – Si sorprese come la sua voce, apparisse ferma. – Stavo pensando di lasciare. Questa roba, non fa per me. Non più.

L’altro, che si era voltato di spalle, e aveva mosso un paio di passi per andarsene, girò lentamente il capo, spiando l’uomo pigramente. Nulla, nella sua espressione, variò, eppure, aguzzando lo sguardo, si poteva intuire, che stesse provando un lieve fastidio.

Dopo attimi carichi di silenzio, l’uomo dagli occhi vitrei sbuffò una lieve risata. Scosse il capo, rispondendo,

-Forse non ci siamo capiti. – Cominciò, il suo tono di voce non lasciava trasparire nulla. – Siamo nel bel mezzo di un grande affare, e tu, non hai ancora terminato le consegne. – Si parò di fronte a lui, corrucciando leggermente le sopracciglia, in modo da formare un’espressione beffarda. – Ricordo che sei stato tu, ad implorare di entrare a far parte di questo settore, o no? – Concluse, spintonandolo leggermente, con l’indice premuto sul suo petto. – Avevi bisogno di aiuto, o sbaglio?

L’uomo tremò, deglutendo a vuoto. Era vero, aveva implorato, supplicato, di unirsi a loro, ma adesso, sentiva solo il bisogno di sbarazzarsi di tutto questo, non gli importava delle conseguenze. Era stanco, e non ne poteva più di passare notti insonni, a causa di quell’impiego.

Tentò di rispondere a tono, alzando il capo.

-Sì, fui io in ginocchio, a pregare di unirmi a voi. – Corrucciò lievemente le sopracciglia. – Ma è stato uno sbaglio, io non sono fatto per questo lavoro. Tenetevi la vostra putrida roba, Io me ne taglio fuori.

E con questo, girò i tacchi, andando via. Quasi si sentiva fiero, del suo operato; per la prima volta nella sua vita, era riuscito a tener testa, a coloro che lo sfruttavano.

In lontananza, l’uomo dagli occhi vuoti, lo fissava inerme, ponderando il da farsi. Abbandonare nel bel mezzo di un affare, era imperdonabile tra di loro.

Estrasse la sua pistola dai pantaloni, caricandola. Mirò all’uomo, poggiando l’indice sul grilletto.

Debole.

Debole.

Debole.

La rabbia gli fece pulsare le vene del capo, mentre un pensiero, vecchio come il mondo, gli ritornava alla mente.

I deboli vanno eliminati.